La madre del mio ragazzo, oggi

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Che cos’avrà voluto dire…?

Ci farebbe comodo (un lato ruvido)

Se siete un po’ comunisti come me, tra l’anniversario di piazza Alimonda, la scomparsa di Max Fanelli, i bambini morti in Siria nel pomeriggio e i dati Inps sul Job Acts usciti oggi, sto organizzando un pellegrinaggio alla casa natale di Sandro Pertini in Stella di San Giovanni con partenza da Casa Cervi per metà agosto.

Durante il percorso potremo parlare dei nostri sentimenti, godere dei panorami emiliani e liguri, lanciare sassi nei torrenti colpendo l’acqua come se dentro ci sguazzassero tutti i nostri troll. O sederci sulla riva, fingendo di aspettare cadaveri.

 

I’m ballet proof

E’ una settimana che vado a dire in giro a tutti quanto mi piaccia la nuova pubblicità della Tampax. Proprio con la spensieratezza di essere arrivata alla soglia dei trent’anni e finalmente vedere uno spot in cui a) la donna mestruata non fa paracadutismo e non vede sparire il fastidio dei tacchi alti e b)  ci sono degli uomini che parlano di qualcosa* che serve per forza e solo alle donne.

La trovo simpatica perché fa passare un messaggio vero, e cioè che i maschi non sanno molte cose del corpo femminile. E grazie, ne hanno uno diverso. Non sono pratici con i collant? Se dovessero metterli spesso, li sarebbero. Io non ho bisogno di dirigere il getto quando piscio in un orinatoio per non macchiarmi le scarpe. Non lo faccio mai. E nel caso ve lo steste chiedendo, ne sarei capace. Ma dopo qualche tentativo.

Il messaggio che vedo in questa pubblicità é che, per usare un tampax, basta sapere dove va messo. E fin lì ci arriva anche uno che non ha il posto giusto dove metterlo.

Nell’onda di questo mio entusiasmo per aver visto finalmente una rappresentazione un po’ differente del discorso mestruazioni sulla Tv nazionale, oggi càpito sul blog wordpress D I S . A M B . I G U A N D O, dove trovo un post dell’autrice sul Perché non le piace l’ultimo spot di Tampax Italia “Facile, a prova di uomo”.

E siccome sono una donna che ama parlare di donne, e il dialogo, e la cultura, e il dibattito ecc… mi sento di spiegare a questa lettrice superficiale dei messaggi mediatici la mia versione dei fatti. Quasi con l’intento della figlia che compatisce la madre, vedendola scrivere un post su Facebook.

Salta fuori che é professoressa all’Università di Bologna, con un dottorato in semiotica conseguito sotto direzione di Umberto Eco.

Magari la prossima volta il cv lo leggo prima.

 

* Un assorbente. E’ la rivoluzione. Gli uomini possono toccare un assorbente. Quando mi sono infortunata ho chiesto al mio ragazzo di comprarmeli: “ma non puoi fare senza?”. Ovviamente si è subito risposto da solo. E quante volte ci siamo scordate un assorbente usato in bagno, chiuso diligentemente nel suo pacchettino, pronto per la spazzatura. E nostro fratello, nostro padre, nostro marito, ci ha chiesto di buttarlo quando siamo tornate a casa? Lo so che non è il loro. Ma perché buttano il filo interdentale usato, le salviette struccanti abbandonate sul granito come la Sacra Sindone, e gli assorbenti no? Perché nessuno negli ultimi duemila anni gli ha mostrato che è legale. Secondo me.

 

Il cuore dell’aglio

Donne e uomini. Cosa ci rende diversi?

Gli ormoni.

La vagina e il pene.

La retribuzione proporzionale per ore lavorate.

L’aspettativa di vita media.

La scelta di un film in una sera d’estate, dove lei vorrà vedere la commedia romantica e disimpegnata. Lui la guarderà scandalizzato per un po’, sentenziando “non riesco a credere che tu possa prestare tanta attenzione a dialoghi così stupidi”. Per poi cambiare canale e guardare Lo chiamavano Trinità, per la diciassettesima volta.

 

Una volpe nel deserto. Ma c’è.

Una volta uscivo con uno sfigato. Capita anche alle persone migliori. Figuratevi a me.

Mi ispirava il fatto che suonasse abitualmente in un gruppo e avesse squisiti gusti in fatto di musica.

Era un maschio maggiorenne che respirava. Di conseguenza aveva anche un sacco di difetti, custoditi in un enorme baule, nel mansardato del suo ego. Un uomo che è andato in giro per anni, dopo che abbiamo smesso di uscire, a raccontare quanto io gli morissi dietro e mi struggessi per lui.

E certo, mi piaceva. Me ne piacevano anche altri tre, intanto. In seguito non mi è piaciuto più nessuno, per un po’. E alla fine mi è piaciuto uno, più di tutti, e di sempre.

Non vi capita mai di immaginare che certe cose della vostra vita siano un po’ come quando vi piaceva uno sfigato?

Nel senso, di aver provato un’attività (sportiva, lavorativa, un hobby, che so…) e poi di aver capito che non faceva per voi. E però di convivere con una nostalgia per qualcosa che non ne vale la pena. E senza razionalità. Perché bisogna pur rinunciare a certi progetti per portarne avanti altri.

Un anno e mezzo fa ho capito di non voler diventare avvocato. Avevo scelto di fare pratica perché uno studio di persone giovani e promettenti mi aveva esposto un progetto di cui volevo essere parte. Ho avuto due anni di tempo per capire che quel progetto non esisteva realmente, o che comunque non comprendeva me. E a me non interessava essere avvocato, ma il progetto. Che, incidentalmente, comprendeva collaborare con persone dagli squisiti gusti in fatto di musica.

Ho deciso di lasciare. Ma tutto il lavoro fatto é rimasto lì. Intendo, proprio fisicamente: sono rimasti i libri studiati sulle mensole, i codici sottolineati, gli appunti. Oggetti che raccontano ogni giorno al mondo quanto tempo io abbia investito su di loro.

Avete mai capito dove finisce la passione che avete sempre messo nelle cose, e dove inizia quel minestrone cucinato con le aspettative degli altri dal vostro spirito di competizione?

Che, pensandoci, il minestrone a me piace. Forse il problema è questo.

 

 

Una volta lasciato cadere in avanti il primo piede, il problema non c’è più

Una cosa che può capire solo chi ha fatto l’Erasmus, é che gli stupidi esistono ad ogni latitudine.

Chi ha fatto l’Erasmus ha le prove di questo: ha conosciuto gente di ogni regione italiana, come di ogni Paese d’Europa. E’ partito con il mito dei paesi scandinavi, e con un pregiudizio piuttosto negativo sugli spagnoli. Poi ha visto dei ragazzi olandesi asciugare i piatti insaponati senza prima sciacquarli perché “che senso ha? tanto il sapone lo toglie lo strofinaccio”. Ha iniziato a farsi domande. Le risposte erano lì, nello studentato dove viveva.

Tra quelli che hanno passato un periodo all’estero, che una volta rientrati non desiderano ripartire, c’è chi torna in un’Italia bella, finalmente consapevole che la fauna é variegata sia dentro che fuori i confini. E che le teste di cazzo sono artisticamente trasversali.

Ogni tanto l’ex studente Erasmus vede un telegiornale, per sbaglio, e la sua serenità vacilla. Ma ha la possibilità di rasserenarsi immediatamente, aprendo un social network a caso, dove sono presenti i suoi contatti con decine di conosciuti stranieri.

Ho un amico francese, di Parigi, circa la mia età, che si trasferisce in Australia. Ha deciso l’anno scorso. Ha disdetto l’affitto, ha venduto i suoi mobili, lasciato i certificati accademici ai genitori. Tutto quello che vuole portarsi é uno zainetto perché desidera cominciare una nuova vita. Mi ha fatto sapere che non potrà più tornare in Italia a trovarmi per un po’. Non potevo che esserne felice.

Sono quindici giorni che nei miei messaggi privati su Facebook compare la chat di un gruppo degli invitati alla festa d’addio, tra cui io figuro per caso. Hanno messo in piedi una “cagnotte cadeau“. Colletta regalo. Hanno aperto un conto online per delle donazioni, in cui tutti possono possono versare soldi per un regalo ad Arthur. Fino qui sarebbe un’idea meravigliosa: un amico parte per costruirsi una vita lontano, e tu lo aiuti con un concreto sostegno economico. Meraviglioso. Ho già in mano la Postepay.

Poi salta fuori che la cagnotte serve a comprare un coltello santoku, da chef professionale, perché lui ama la cucina, e – sto male solo a pensarci – un set di saponi e sali biologici per il bagno.

Mi é chiaro perché Arthur abbia scelto di cambiare vita così drasticamente. E’ circondato da coglioni – che sono certamente trasversali, ma molto concentrati in zona Paris 3. Già il fatto che tu parta solo con uno zaino, perché hai venduto tutto quello che avevi ai mercatini, dovrebbe spiegare che vuoi viaggiare leggero.

Fisicamente il problema non si pone. Il coltello te lo sequestrano in aeroporto alla partenza, e il set da bagno all’arrivo. Chi é che non sa, nel 2015, che qualunque cosa organica trasportata verso l’Australia viene distrutta dai doganieri? I tuoi amici parigini. Voilà.

Una volta giunto a destinazione sarà rimasta unicamente la consapevolezza che gente del genere ti é non solo compatriota, ma pure amica.

Eppure non tutto il male viene per nuocere, mon ami. Se il tuo addio mercoledì sarà piuttosto imbarazzante, a casa di Placcataplatino il lunedì sera é stato una festa. Si celebrava il fatto di non conoscere italiani che regalerebbero coltelli o set da bagno a gente che va in Australia. Me ne picco, caro amico francese.

Stasera i buoni vincono, i pirla perdono. E, come sempre, l’Italia domina.

Arte Povera

Settembre. Riprende il lavoro. Ricominciano gli esami all’università. Inizia la vendemmia. Cazzate. Coi cambiamenti climatici la vendemmia, da dieci anni a questa parte, comincia ad agosto. Abituiamoci. Fermo il resto, l’occasione é ottima per uscire a bere una cosa. Magari in centro a Parma. E di quanto apprezzo la gente della movida parmigiana ho già avuto modo di parlare. Non ho mai parlato approfonditamente dei gestori dei locali del centro perché la querela é sempre dietro l’angolo. Quindi non farò nomi. Ma voglio dirvi qui e ora cosa mi resta più nel cuore quando esco in via Farini (e laterali).

Prima di tutto ci sono certi locali pieni di gente – fuori. Dentro, posti con le pareti rinnovate, ambienti con arredi ricercati, personalizzati dai ristoratori magari spendendo anche dei bei soldi. Deserti. Perché completamente privi di sistemi di areazione. E con bagni che somigliano a quelli della stazione dei treni di Mumbay.

I baristi annaspano nel loro sudore d’estate e d’inverno, pestando frutta appassita per clienti cui in ogni stagione vogliono offrire mojiti e capiroska nel centro di una città emiliana come se fossero in un chiringuito su una spiaggia di Acapulco. Magari servendoli nei vasetti delle conserve Bormioli, che fa alternativo.

Se ti siedi ad un tavolo, una volta che ti ha portato il drink e gliel’hai pagato, il personale si scorda di te. Le cameriere sono troppo occupate a recuperare i bicchieri vuoti fuori e a riportarli dentro.

E poi c’è il cibo. In centro a Parma esistono locali pieni di gente (fuori) dove il cibo (dentro) viene lasciato esposto dall’inizio dell’aperitivo intorno alle 18.00 per tutta la sera. All’una di notte entri in posti in cui già l’aria circola pochissimo, e vieni accolto dall’odore dei vassoi, con sopra le residue focaccette impregnate di maionese e scaglie di grana che trasudano.

Il quadro generale é animato dalla presenza di ragazzi in camicia e pantalone con la piega centrale, ragazze ingioiellate e con borse costose, e da un uomo barbuto sui sessanta, piuttosto corpulento, che quando é in serata sale sui banconi e vuole sparare la coca cola con la pistola a seltz direttamente in bocca al pubblico femminile.

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