Never wrestle with pigs

Oggi devo ordinare dei cappelletti perché ho deciso di presentare il mio ragazzo ai miei, e a casa mia quando succedono queste cose bisogna uccidere il pollo. Nel mio caso anche il maiale, la mucca e la balena, perché non ci credeva nessuno che avrei mai portato a casa un uomo: mio padre conosce il mio brutto, bruttissimo carattere, e da maschio qual é sa individuare una inscopabile, a maggior ragione se è figlia sua. E  mia madre non l’ha mai detto, però non sarebbe stata sorpresa se avessi annunciato che lui si chiamava Caterina e che ci saremmo sposate in Spagna, dove quelle come noi hanno i diritti.

Sento un po’ l’ansia da prestazione. Inoltre il mio ragazzo ha annunciato che non gli piace il lesso e che quindi non lo mangerà. Questo potrebbe far alterare lo spirito da résdora di mia madre (che non cucina mai, ma pretende che i piatti vengano puliti anche se spadella due surgelati, come se avesse sudato sangue per farli scongelare) e compromettere la giornata. Sarà una giornata funesta. “Ne prenda ancora signor Bimbo” “Signora, mi dia pure del tu” “Sì ma ne prenda ancora”. Mia madre é una di quelle che gestiscono un’informazione per volta. Se pensa che devi nutrirti non ha il tempo di pensare a darti confidenza. Ci fermeremo al secondo. La nostra relazione morirà di fianco alle patate. Che forse a te pare una bella immagine, stronzo che sei, ma a me no. Mangia quel cazzo di lesso. Io il polpo di tua madre la settimana dello sciopero dei pescatori l’ho mangiato!

AGGIORNAMENTO

Sono uscita ad ordinare i cappelletti. Io che sono una parmense naturalizzata, come gastronomie a Parma conosco solo quella delle sorelle Picchi. E mi è sempre andata bene così. I tortelli sono buoni, gli anolini pure, le mie zie si servono tutte lì perché fanno la vasca in via Farini coi cabaret e si sentono madri di famiglia compiute, sorelle Picchi tutta la vita. Poi però mia madre mi ha detto “Chiama Da Giovanni, é comodo comodo in via Duca Alessandro, ci vai in macchina a ritirarli, sta solo attenta a dire che sono per dieci e non per cinque, perché lui è un po’ parco con le dosi”. Già la cosa mi puzzava così. Inoltre ha aggiunto “non farti ingannare se ti dice che non ha tempo, é che ha tanti ordini ma poi te li fa”. Puzzissima. Però chiamo Da Giovanni, risponde un uomo:

– Pronto?

– Sì pronto, buongiorno, é Da Giovanni?

– Sì

– Si salve, vorrei ordinare dei cappelletti per domenica, é possibile?

– No guardi, siamo chiusi.

– Ah, beh intendo che passo a ritirarli sabato, o posso venire anche venerdì

– No, siamo proprio chiusi (placcataplatino con in testa un sacco di domande, però soprattutto una: “ma se siete chiusi ora, perché mi hai risposto al telefono?”)

– Ah beh, quando riaprite?

– Riprovi domani.

– Ah, grazie.

Mentre chiudo la conversazione penso che mia madre mi aveva avvisata che questo Giovanni era un po’ riservato, che ha sempre tanti ordini, quindi se può ti manda via, giusto così; giusto per chi come me ha vissuto un’infanzia illogica, costellata di commercianti scelti da mia madre, che non può servirsi da gente normale, lei no, lei trova i casari che fanno il formaggio delizioso ma in cima ad una montagna che si scala solo con capre addestrate, i panificatori che aprono solo due ore al giorno – non consecutive e non indicate sulla porta d’ingresso – ma fanno il pane con la ricetta antichissima del cuoco di Marialuigia. E non fatemi parlare dei medici e dei dentisti da cui è stata in cura. Abituata fin da bambina ad aver a che fare con persone di un certo interesse antropologico, non mi arrendo. Prendo la macchina e vado in Via Duca Alessandro. Al numero 11/b c’è un negozietto senza insegna, con una tendina di perline, tutto buio. Sono le 16.30. La porta é aperta, ma a me pare chiuso. Seduti sui gradini del fruttivendolo di fianco, due uomini che stanno aprlando, ma quando mi vedono indecisa se entrare o meno smettono. Piuttosto che mostrarmi esitante mi becco una querela per violazione di domicilio: entro. La vetrinetta che dovrebbe contenere i prodotti gastronomici é vuota, ma dal laboratorio esce una pallida luce:

– C’è nessuno?

Silenzio

– SCUSATE, c’è nessuno?

Arriva una donnina bionda con un accento indescrivibile

– Dica?

– Mi scusi, é la gastronomia Da Giovanni?

– Sì

– Vorrei ordinare dei cappelletti

– Non si può, siamo chiusi

– Ah, la porta era aperta

– Sì, ma siamo chiusi

– Beh, allora quando posso ordinarli?

– Riprovi domani

– Sicuramente, grazie.

Sorelle Picchi, buongiorno, cappelletti per domenica, benissimo, grazie. Mi ci mettono anche l’assaggino di mostarda. Che sono sicura, Da Giovanni saranno ottimi. Ma le Sorelle Picchi ci mettono l’amore.

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4 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. SemplicementeBlu
    Lug 30, 2012 @ 15:30:28

    Io ho un fidanzato che non tocca gli arrosti e a casa mia specie quando viene invitato qualcuno, si arrostisce qualsiasi tipo di animale da cortile…hai tutta la mia solidarietà! ….ma con tutto questo caldo gli preparate i cappelletti in brodo?
    in bocca al luupooo!!! 😉

    Rispondi

  2. placcataplatino
    Lug 30, 2012 @ 16:01:06

    E’ la sagra. I miei vivono in montagna, la prima domenica di agosto si festeggia la madonna della neve. Segno che non era cosa inusuale neanche in passato che nevicasse di questa stagione. I cappelletti sono evidentemente stati proposti all’epoca come piatto per celebrare la festa, immagino la scena:
    Tre agosto milleottocentotrentadue, ha fatto un luglio freschino, ora sembra venire anche un due gocce d’acqua. Poi, verso sera, inizia a nevicare. Siccome é sera e non c’è la televisione, si sta recitando il rosario, quindi le donne anziane iniziano a segnarsi e a dire che é stata la Madonna, che é un miracolo, e che bisogna pregare più forte. Un simpaticone da mezzo al gruppo dice “à néva, catavenisancancher, butéma dsò du caplét, ahahah”. Ecco nata una tradizione.
    Tempi oscuri, per chi faceva battute.

    Rispondi

  3. Manu
    Lug 31, 2012 @ 06:53:06

    Pensa con l’umorismo di oggi che cosa succederebbe.

    Rispondi

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