Latéksaha

Io volevo raccontarvi della mia breve – ma, credetemi, intensa – visita all’amica marocchina nel suo Paese. Solo che certi viaggi, a volte, non siamo noi che li affrontiamo: sono loro che ci travolgono. E quello che resta non é un racconto lineare, con la sua bella trama e il suo crescendo di emozioni, ma una grande sacca sformata in cui potrai frugare per il resto della vita ed uscirà  un biglietto del treno, o un sorriso su un volto indimenticabile, o una fotografia che non hai fatto in tempo a scattare, o delle erbe, in un mazzo comprato da un ambulante, che pare facciano miracoli “in quei giorni lì”.

Non voglio mettere ordine in quella sacca, significherebbe svuotarla. E dopo aver rifatto otto volte il bagaglio a mano sareste d’accordo con me che non è facile rimettere le cose dentro com’erano prima. La prossima volta sarò meno avida e acquisterò anche il bagaglio da stiva. Ma ovviamente non sarà la stessa cosa.

Il Marocco é un posto dove mi sono sentita a casa. Probabilmente dipende anche dal fatto che un quinto dei marocchini ha vissuto o vive in Italia, “quindi sii la benvenuta da noi” come mi ha detto la metà dei tassisti che mi ha portata in giro. A Marrakech ho anche trovato un po’ di Toto Cotugno. Ovviamente mi sono esaltata e ho dovuto spiegare a tutti nel bar che quella canzone era italiana prima che araba. Nessuno mi ha chiesto di cantarla, ed è andata bene così.

No, la cantante non é marocchina. E’ egiziana. E nel caso ve lo stiate chiedendo, c’è differenza. Almeno per chi non vuole fare figure di merda. Che a me sono state perdonate solo perché l’ospite é sacro. A loro ho perdonato di parlare sempre arabo fittissimo. Il terzo giorno, forse per sopravvivenza, ho iniziato a capirlo. Il quarto giorno ho imparato la parola Latéksaha che in realtà non serve a moltissimo, perché é come un augurio che si fa a qualcuno che ha comprato qualcosa di nuovo. Il quinto giorno ho comunque deciso di salutare in aeroporto la mia amica con un Latéksaha, perché la pronuncia mi veniva piuttosto bene. Poi ho proseguito in francese, che almeno lì ce la caviamo entrambe. Sua cugina l’ha salutata in arabo. E il marito di sua cugina in inglese. Anche questa sarebbe un’altra storia, che intitolerei “In un aeroporto marocchino, un indiano che parla con accento perfettamente britannico, racconta la barzelletta del Cinese in Coma”. La storia finirebbe con me che so quando ridere. Per fortuna.

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