Io &… le madri d’altri

(Placcataplatino vi ha promesso – e mantiene – che avrebbe scritto dei piccoli temi sull’umanità che la circonda quest’anno. Ecco la prima puntata. Felice 2014!!!)

Quando incontro una madre di amici, io di solito faccio bella figura. No, diciamolo pure: io faccio una figura da esposizione. Quasi da gara. Di quelle gare che partecipo per vincere. E cazzo, vinco a mani basse.

Mi sono lasciata con un ex nel 2007, e anche quest’anno a Natale sua madre mi ha chiamata per gli auguri: “E dimmi, tutto bene col tuo ragazzo?” “Sì, dai, tutto normale, grazie” “Ah… Peccato…”.  Oh, si dice per scherzare, ma sono soddisfazioni che noi atleti delle belle impressioni ci teniamo strette.

Con la madre del mio attuale ragazzo, devo dire, non è stato proprio facilissimo. E’ una persona molto difficile da inquadrare. Ma sono ottimista. Durante le feste ho sentito che abbiamo trovato un punto di contatto nel disprezzo che entrambe nutriamo verso le mie coetanee che trattano i cani come figli e i figli come cani (questo argomento occuperà diversi post, è molto che ci penso. So che politicamente scatenerò un putiferio e spaccherò la critica, ma ormai siete 42 follower, doveva succedere che non tutti mi avreste amata).

Le madri delle amiche sono un po’ più complicate: dall’asilo in poi vedono le figlie come appendici di sé stesse alla deriva nell’oceano dell’esistenza. Non sanno cogliere soddisfazioni quando raggiungono le tappe della loro giovane vita. E come potrebbero? Tutti i traguardi  li hanno già raggiunti, le madri: il primo compito in classe, il primo bacio, il primo colloquio di lavoro. E’ tutta roba facile, perché loro l’hanno già fatta tutta. E la figlia femmina, in quanto proiezione del loro utero (per altro più giovane e quindi con più energie) non é mai brava quanto loro, figa quanto loro, onesta quanto loro, perché si perde in problemi superati e quindi superabili. Fosse maschio, gli si farebbero complimenti anche quando piscia centrato nella tazza. Ma la femmina non la si ama facile. Per volerle bene, e fidarsi di lei, bisogna che le coetanee siano i capri espiatori dei loro fallimenti. Mia figlia non ha buoni risultati a scuola? E’ colpa della sua compagna di banco che la fa drogare. E poco importa che la sua compagna di banco sia orfana di padre, sua sorella sia morta da meno di sei mesi, e la droga non la divida neanche a pregarla, la stronza. La colpa é sua. Così posso volere bene a mia figlia. O almeno, posso rispettarla un po’. Ma anche con queste madri, io sono una garanzia di vittoria.

Ne ho una che curo* da quasi vent’anni. Con sua figlia ho fatto le elementari, e lei mi odiava di un odio che perfino una bambina di nove anni riesce a percepire. Credo fosse a causa di faide tra villaggi montanari: io abitavo d’la da l’acqua. Le nostre strade si sono divise al momento di andare alle medie. Non ci siamo viste per quasi sette anni, poi qualche caffè all’università, pur se iscritte in facoltà diverse. Aspettate di vedere il collage che le preparo da cinque anni per quando si sarà laureata. So già che sua madre piangerà.

 

(*) Cùrar vòn = Dial. Parmig. – Appostare uno. Velettare uno. Stare alle vedette per coglierlo, incontrarlo, ecc. (Vocabolario Parmigiano – Italiano, ad opera di Carlo Malaspina, ed. Carmignani, 1856)

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