Le tenere storie del lunedì – che si raccontano il martedì

Oggi a Parma nevica. Non è un evento, succede spesso, anzi, voglio sbilanciarmi e dire che negli ultimi cinque anni abbiamo avuto più neve che nebbia. E’ tutto molto tranquillo: la gente bestemmia sottovoce per strada, va piano in macchina, fa le constatazioni amichevoli senza discutere già alle otto del mattino. In ufficio il telefono non squilla, il fax non dà segni di vita, i colleghi non parlano. La signora settantenne che ospito a casa non mi ha ancora chiamata stamattina – nemmeno per dirmi che ha dimenticato l’ombrello. Anche lei non vuole disturbare. E’ tutto pacato, soffuso, ovattato. E io sorrido perché ho una certezza in più.

Ieri, ore 9.00 del mattino, mi trovavo in Tribunale penale, per un processo d’appello. Non posso spiegarvi la storia, ovviamente, e me ne dispiace perché ci sono persone stronze al mondo di cui bisognerebbe pubblicare i nomi e i cognomi. Posso dirvi che difendevamo un’innocente (e io non ne vedo tantissimi, quindi se ne arriva uno mi ci affeziono subito) fatta condannare da uno stronzo, appunto, che per qualche motivo il giudice di primo grado ha voluto ascoltare.

Ora, quando ti condannano un’innocente in primo grado, è merda. Perché è vero, puoi fare appello, ma parti con il piede sbagliato. Ti fai un sacco di domande su come correggere il tiro, fino al momento della discussione in aula di secondo grado, e lì i giochi sono fatti, non puoi cambiare niente. Arriva il pubblico ministero e ti dà torto, e ti chiede perché non hai accettato il primo grado. Arriva lo stronzo, con il suo avvocato che ti prende anche in giro, ti dice “io te l’avevo detto di transarla”. Ma la tua imputata non voleva, giustamente perché aveva ragione. A volte avere ragione fa danni più del torto. La mia dominus ieri ha fatto una discussione brevissima, perché quando esiste la verità non ha bisogno di molte parole. E quando ha finito mi ha detto che potevo andare, perché il giudice ci avrebbe messo un po’ a decidere. E voleva restare un momento da sola.

Io ero attonita. Non potevo muovermi. E non l’ho fatto. Sono rimasta in fondo all’aula. Per poco. Il giudice è subito rientrato. La mia dominus è sbiancata: “Ci liquida in dieci secondi…” e il cancelliere ha iniziato “In nome del Popolo Italiano, ai sensi dell’articolo 605 del Co…” e senza sentire il resto ho capito che era assolta, e ho sentito le lacrime agli occhi.  Le lacrime sono scese subito, grassocce e veloci, ma sorridevo. Il cancelliere mi ha guardata, e anche i suoi occhi sorridevano, secondo me. Quando il cancelliere ha finito, il giudice ha motivato l’assoluzione dando completamente ragione alla difesa. Mi sono asciugata la faccia, e quando il giudice è uscito ho stretto la mano alla mia dominus. Siamo uscite salutando il Pubblico Ministero che non ha detto nulla, e l’avvocato dello stronzo, che ha detto ancora meno. Lo stronzo era sulla porta, il viso di un colore che definirei adatto alla persona che è.

Ieri sera, mentre stavo per addormentarmi, ho ripensato alle mie lacrime. Mi dicevo “Son proprio una figa…”

Però poi, nel dormiveglia, mi sono risposta: “No. Vuol dire che lo voglio davvero fare.”

Quindi oggi, nella tranquillità dell’inverno padano, io ho una certezza in più.

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2 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. Manu
    Feb 05, 2014 @ 14:05:39

    Tienile strette, quelle lacrime lì, chè sono la cosa più bella che il lavoro possa dare.

    Rispondi

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