Trovarti é stato facile: sei sempre stato qui

Immaginate Placcataplatino che si sveglia in una bella domenica di primavera. Fa colazione di buon ora, ed esce di casa. E’ una giornata limpida, di quelle che proprio prendi la macchina volentieri per farti 70km e andare a trovare i tuoi genitori, tant’è che Placcataplatino lo fa, e anzi, é così ben disposta verso il mondo (e così mattiniera) che decide di passare a trovare una delle millemila prozie ottuagenarie, la quale vive in casa di riposo a Fidenza. Perché le domeniche di primavera, per Placcataplatino, sono ben spese solo se si fanno delle visite di cortesia a parenti con la demenza senile. Placcataplatino é anticonformista, e le gite fuori porta senza fini umanitari le sanno di borghese.

Dopo circa un paio d’ore passate a raccontare risposte diverse alla stessa domanda che la prozia ripete in loop a scadenze regolari (es. “come stanno i tuoi?” “i soliti acciacchi, zia” dopo 5 minuti “come stanno i tuoi?” “meglio di me e di te, zia” dopo 5 minuti “e come stanno i tuoi?” “hanno vinto all’enalotto zia” e dopo 5 minuti “ma i tuoi, tutto bene?” “non lo so, non ci parliamo più, con i miei, zia”), si parte verso il paesello. Ora, non so se avete mai sentito nominare posti come Borla, o Morfasso, o Bardi, e non voglio certo spiegarvi in due parole la geografia dell’appennino emiliano: per sintesi dirò che i miei genitori vivono in un posto veramente in culo a Dio, che però la storia ha voluto fosse raggiungibile attraverso molte più strade di quelle che ci si aspetterebbe da un posto così insignificante e remoto. Solo per farvi un esempio, stamattina dalla casa di riposo avrei potuto scegliere almeno tre percorsi della stessa lunghezza, tutti attraverso i colli piacentini, ma passando in vallate diverse. E avrei anche potuto dirigermi verso due percorsi alternativi, spostandomi nel parmense, con una decina di chilometri in più. Di solito faccio uno dei percorsi nel parmense, perché gli inverni rigidi in culo a Dio mi hanno insegnato che rimanere fermi con la macchina in posti dove il cellulare non prende non mi piace, e non voglio più rifarlo.

Però era una domenica bella. Placcataplatino era ben disposta verso il mondo, e i colli piacentini son sempre un bel panorama. Quindi sono partita calma e rilassata. Ho percorso circa 30km, e stavo per imboccare le ultime curve verso casa, quando una colonna di motociclisti che veniva in direzione opposta ha iniziato a lampeggiarmi e ad urlarmi “é chiusa! è chiusa!” e che era chiusa? La strada. Per una corsa ciclistica.

Apro una piccola parentesi sul perché considero gli amatori del ciclismo un gradino sotto la scala dell’evoluzione rispetto agli amatori del calcio: 1) sono persone sguaiate, prevenute, e che pensano di fare fatica solo loro in uno sport che é fatica per tutti, 2) e quindi, quando un comitato di amatori organizza una gara, potrebbe essere la Coppa della Merda come il Tour de France, riesce ad essere approssimativo e raffazzonato come solo una primadonna, chiedendo alle migliaia (MIGLIAIA) di partecipanti tra i venti e i cinquanta sacchi, garantendo solo l’acqua, il percorso e la pettorina 3) ma quasi mai facendo un lavoro a trecentosessanta gradi sul territorio ed in concerto con gli enti pubblici durante l’anno, con il risultato di piangere miseria per avere un paio di ambulanze che, perdio, sono obbligatorie, e per pagarle all’Asl dopo magari quattro mesi, nonché far stampare a casa dei volontari dei manifesti sbiaditi formato A4 che servirebbero a segnalare il blocco del traffico e in realtà non segnalano altro che l’indolenza di chi organizza queste manifestazioni 4) la quale si traduce nell’evidente astio mio verso chi incassa soldi lavorando così 5) per giunta sulla pubblica via. Gli amatori del calcio li disprezzo, ma almeno loro stanno chiusi nei campetti.

Insomma, la strada era chiusa per questa corsa. E guardando la direzione in cui era chiusa, ho compreso che approssimativamente doveva essere bloccato anche uno degli altri percorsi alternativi. Quindi ho girato la macchina ed ho ricominciato a scendere verso valle. Dopo circa dieci minuti, arrivata al bivio per la strada alternativa, ho messo la freccia . Ma c’era un vigile urbano che mi ha fermata: “guardi che di lì la strada é chiusa” come chiusa? Salta fuori che, alle ore 12.35 di quella domenica mi trovavo nel classico occhio del ciclone di una gara che sarebbe terminata alle 15.00. Non potevo andare a sinistra, non potevo tornare indietro “guardi, l’unica é tornare verso Parma, però deve correre molto perché i carabinieri sono già partiti per chiudere la strada”. Li avevo incontrati mentre salivo. Più di venti minuti prima.

Credo sia stato il terrore di rimanere bloccata nel nulla, solo io,  un gruppo di sfortunati motociclisti, e i colli piacentini. Sono partita come un proiettile, ho tagliato curve, e rifatto la strada di prima in metà tempo. Sono passata ai 120km/h, clacson spianato, mentre due volontari stavano mettendo le transenne. Forse avevo solo voglia di suonare il clacson a quei due amatori del ciclismo con le transenne in mano.

Sono arrivata a casa dei miei dopo 2 ore e mezza di viaggio, in riserva con la benzina e con una fame da lupi.

Ho riscaldato l’arrosto, e dopo averlo mangiato sono uscita. Per andare a trovare un’altra prozia ottuagenaria.

 

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