Behind every great catch is a mediocre throw

C’è gente che ama il proprio passato in maniera carnale. Io no. Io guardo avanti perché mi stimolano le novità. E ne ho bisogno, perché sono molto pigra di costituzione – infatti, quando mi volto, sento male al collo. Mi giro indietro se ne vale la pena o se proprio devo. In quest’ultimo caso, lascio trasparire volentieri quanto mi stia educatamente sul cazzo farlo. Capiamoci bene, però: ho un buon ricordo del mio passato. Anzi, credo di ricordarlo meglio di tanta gente che ne parla spesso, che sembra viverlo ancora. Amare vuol dire anche dimenticare i difetti di chi si ama. Infatti, il mio problema non é quello di non provare affetto per le cose passate. E’ che ho buona memoria (e spero di averla a lungo).

C’è tanta gente che ama il passato e però, per necessità, non può viverlo tutti i giorni. Non possiamo uscire ogni sera in pizzeria con i nostri vecchi compagni di scuola, e non sempre in casa abbiamo il posto per tenere il vecchio baule del nonno dove ci nascondevamo quando giocavamo con i nostri cuginetti. Vivere nel passato, se non si può farlo con stile, risulta anche un esercizio patetico e costoso. Provano in tanti, ma non tutti riescono bene. Il mio spirito d’avventura, mai sazio e mai domo, mi porta a conoscere varietà umane sempre diverse e vorrei condividere con voi la descrizione di un salotto dove sono stata recentemente. Si tratta della meravigliosa stanza d’ingresso di un appartamento in zona centrale di un capoluogo di provincia emiliano, terzo piano con ascensore, giardino con doppio ingresso. Proprietario, un notaio. Già entrare in casa di un notaio per me é un’esperienza nuova, irripetibile, che vale la benzina spesa per arrivarci. Il salotto, un posto adatto alla sola vita degli appassionati di Proust. Parquet chiaro, coperto da due enormi e morbidissimi tappeti persiani. Alle finestre, candide tende fluttuanti che incorniciano pareti pittate di rosa antico e quadri di artisti minori del periodo realista italiano. Tre divani, foderati in cotone rosa pallido, con orlo di pizzo, disposti in semicerchio attorno ad un tavolino dei primi del novecento (per capirci, con boccioli di rosa intagliati sui piedi del tavolo. Boccioli di rosa. Non so se rendo l’idea). Lungo la parete d’ingresso, un tavolo ovale con dieci posti a sedere, apparecchiato con rigorosa tovaglia bianca ricamata a mano. Le iniziali siglate, sono certa, saranno corrette. Dietro il tavolo, un affresco. UN AFFRESCO signore e signori. Avevate mai visto un affresco domestico? Beh, sappiate che gli affreschi domestici sono come tutti gli altri affreschi, solo sono tuoi e puoi farli dipingere dove la gente mangia la pasta al sugo. Ma se hai un affresco tuo, forse non mangi la pasta al sugo. Forse non mangi la pasta. Cosa mangiano quelli che possiedono gli affreschi? Sicuramente le sfogliatine. Comprate in pasticceria. Te le offrirebbero con un té, ma siccome sei un ospite sotto gli ottanta, va bene anche un succo di frutta. Te lo versano in calici dal gambo lungo, decorati d’oro (qui, ciccio, ti batto perché mia nonna me ne ha lasciati  ben sei, più lunghi dei tuoi). Dietro uno dei divani, a coprire un’intera parete, una specchiera ad arco, stile art nouveau e cornice dorata. Se ti sporgi a guardarlo, ti sembra di entrare in quella che poteva essere la saletta buona di un bistrot accanto alla stazione Hotel de Ville della métro di Parigi cent’anni fa. Quando lo fai, incontri nel tuo riflesso lo sguardo di Philippe Daverio, e la certezza sulla tua identità temporale vacilla. Accanto allo specchio, uno scrittoio liberty, anch’esso decorato con motivi floreali in oro. Sopra di esso, una fotografia incorniciata, unica come la figlia che ritrae, rigorosamente in bianco e nero. Su centrino di pizzo.

Non ho bisogno di dirvi che in questa stanza non é presente un televisore. Nemmeno una radio a valvole. Quel salotto è ovviamente fatto apposta per ostentare tanta ricchezza da potersi permettere un luogo dedicato all’esibizione del passato. Il padrone di casa non ha ottant’anni, ma cinquanta, e sa benissimo quello che fa. A me risulta incomprensibile, ma affascinante, che esistano stanze così nel mondo reale. Durante l’ora passata per lavoro in questo salotto non colgo infatti neanche una parola di quello che dice il notaio, e penso soltanto a come sto bene, seduta sul divano, a mangiare una sfogliatina di fine pasticceria artigianale, senza un pensiero al mondo perché il mio mondo non esiste più. O meglio, non esiste ancora: sono nel 1920, e ogni problema che mi riguarda é ben lontano dall’avverarsi.

 

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2 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. Manu
    Nov 24, 2014 @ 13:38:56

    Bentornata.

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